lunedì 18 agosto 2014

Louisa May Alcott: I quattro libri delle piccole donne.



Chi l'avrebbe mai detto che a trentacinque anni suonati mi sarei trovato a squittire come una ragazzina leggendo Piccole Donne? È accaduto.
Era tanto che volevo leggerlo, per lo più perché quando ero bambino guardavo il cartone animato e ne avevo un bel ricordo e poi in tanti, anche nel mio gruppo di lettura, me l'hanno sempre consigliato.
L'occasione è venuta grazie all'edizione Einaudi comprensiva dei quattro libri. Presa una coppia, messa da parte e per qualche tempo è rimasto nella pila dei libri in attesa. Due cose mi intimorivano di questa lettura: la mole e il fatto che il libro fosse della seconda metà del 1800.
La mole è un falso problema, ma è colpa delle mie fisime: non c'era nessun obbligo di leggere tutti e quattro i libri insieme, avrei potuto alternarli con altro solo che io non riesco ad avere più di un libro sul comodino. La data di pubblicazione mi faceva temere un mattone lento, con termini desueti e quindi una lettura faticosa.
Niente di tutto ciò.
Quando l'ho iniziato ho ritrovato subito qualcosa di familiare: la famosa scena delle quattro ragazze intorno al camino in attesa di decidere cosa fare per natale, la mancanza del padre via per la guerra, i pochi soldi e la volontà di fare un bel regalo alla mamma. Ricordavo tutto dal cartone animato. Ho continuato.
La lettura si è rivelata scorrevole, tutto molto ben scritto. Sin dalle prime pagine ti ritrovi immerso in quelle atmosfere, in quel tempo. Senti il calore degli ambienti e provare empatia per le protagoniste si è rivelato semplice.
I primi due libri sono sicuramente quelli che ho amato di più. Sono rimasto deluso anche io perché due dei protagonisti non sono finiti insieme, non sono stato per niente d'accordo con quella scelta, mi è stato detto da altre lettrici che non sono il primo ma seguo i milioni di lettori venuti prima di me.
Ho fatto il tifo per Meg quando si ritrova a difendere davanti alla Zia March, la sua scelta di sposare John Brooke.  
Ho trovato nel secondo libro una delle più belle, se si può dire, delle più delicate descrizioni della morte che mi sia mai capitato di leggere. Il dolore non viene risparmiato ma c'è un velo di pudore che permette di assistere non di spiare morbosamente.
Chiaramente sono libri con una chiara missione pedagogica, in qualche momento forse troppo, ma essendo tempi diversi erano differenti i modi. L'autrice non esagera con il buonismo e le prediche, anzi non risparmia al lettore momenti tragici come non risparmia protagonisti prove dure, dolorose.
L'esperienza umana è raccontata in tutta la sua pienezza e forse è questo che mi ha affascinato di più. Sebbene certa ingenuità rintracciabile in molta della letteratura del tempo sia presente, non è soverchiante.
Che dire di più? Sono molto felice di aver letto questo libro, dopo averlo concluso mi ha lasciato un bel sapore in bocca. Mi ha soddisfatto oltre ogni aspettativa.

Chiudo con una brevissima riflessione sui classici: non fatevi condizionare da chi vi dice: “ah! Ma non hai letto questo o quello, ma devi”. No, non dovette. Ogni libro ha il suo momento, questa è l'unica regola scolpita nella pietra sulla lettura, con i classici questa regola è vera cento volte di più. Per alcuni ci vuole la giusta maturità, ci vuole un gusto formato, ci vuole un numero giusto di libri letti che costituiscono le fondamenta sulle quali poggiarsi. Serve non solo per capirli meglio ma anche e soprattutto per apprezzarli.

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