lunedì 14 luglio 2014

Finché morte non ci separi.



The fault in our stars (Colpa delle Stelle) è un libro scritto da John Grenn, scrittore americano che si può collocare dalle parti di quella che viene considerata Young Literature.
L'ho letto qualche mese fa in inglese, si parla di adolescenti che affrontano la lotta contro il cancro. L'ho trovato un buon libro, buona trama, ben scritto e con delle riflessioni interessanti. Non mi sono consumato gli occhi a piangere come sembra abbiano fatto in tanti leggendo questo libro ma non mi ha lasciato neanche indifferente.
Ne parlo non tanto per il libro in se, ma per una riflessione che fa la protagonista durante la narrazione a proposito di funerali e chi ci va. La protagonista si interrogava, sto parafrasando grossolanamente perché non ricordo il passaggio esatto, a proposito del senso di imbastire un funerale in pompa magna per una persona che probabilmente si sarebbe fatta una risata a vedere tutta quella gente che faceva la fila davanti al feretro, alcuni solo per farsi vedere, e ancora di più, la risata, durante la funzione religiosa.
E qui mi sono trovato a pensare a me.
Io non credo, per fortuna. Dico per fortuna perché credo che la fede in qualsiasi tipo di religione sia un fardello, non da risposte e non fa altro che mordersi la coda quando non sa come rispondere. Fateci caso, un qualsiasi religioso userà sempre un tipo di ragionamento circolare, tautologico, e non vi darà la risposte che cercate, onestamente non trovo la religione neanche consolatoria. "Abbiate fede", vi sentirete dire. Bah! Semplicemente non mi basta. Preferisco affidarmi alla scienza che almeno sa di non avere tutte le risposte. (qui il ragionamento sarebbe da sviluppare, lo farò in un post futuro perché voglio scrivere di Cosmos, ma già questo la dice lunga su dove sto)
Io so che se dovessi morire oggi, mettiamo mi prenda un coccolone mentre scrivo, sicuramente chi deve prendere le decisioni che si prendono in queste circostanze, organizzerebbe un funerale cattolico, perché si fa così. Perché è inconcepibile il contrario. In realtà credo che nel caso specifico prevalga la norma sociale, più della credenza. È ciò che ci si aspetta che accada e non possono esserci alternative.
Ma se io non credo? Come la mettiamo? È vero che una volta morto non dovrebbe importarmene un fico secco. Dovrei essere più tollerante rispetto al fatto che venga messo in piedi un circo perché serve per confortare chi rimane? Probabile. Confesso, però, che mi da terribilmente fastidio l'arroganza di chi decide di imporre le proprie scelte nei miei confronti benché sappia perfettamente che io non le condivida.
Io penso che in questi casi qualsiasi sentimento si provi si debba viverlo in maniera privata e ritirata. Non è tempo per mettere su spettacoli estemporanei o per mettersi in mostra. (se applaudite ad un funerale vi si devono seccare le mani. Il silenzio va bene, anzi è meglio. Dedicate un pensiero, ma non applaudite)
Per me, lo dico spesso, una buca in campagna sotto un albero e tanti saluti. Lo so, lo so, la legge non lo permette. Sarebbe romantico però. L'ombra, il fresco, la natura intorno come posto per l'eterno riposo. Mi piacerebbe così.

Sarò cinico: una volta che non ci siamo più chi si ricorderà di noi? Le persone che ci hanno voluto bene e anche, perché no, le persone che ci hanno odiato. Ma poi anche questa persone non ci saranno più chi si ricorderà di noi? Credo nessuno. Saremmo giusto una lapide in un cimitero.  

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