domenica 29 gennaio 2012

Chuck.




I nerds del mondo sono in lutto: dopo cinque stagioni neanche troppo gloriose Chuck è giunto al suo finale. E devo dire che non mi dispiace neanche troppo.
Chuck è stata una bella novità cinque anni fa, ha unito due generi spy stoy e comedy. Un nerd che non è riuscito a raggiungere traguardi rilevanti nella propria vita, si ritrova dall’oggi al domani nel mondo delle spie, fatto di segreti, intrighi, supercomputers e donne mozzafiato. La rivincita dello sfigato. Le sue debolezze saranno anche quelle che faranno si che la bella agente mandata a proteggerlo si innamori di lui.
È stato un bel viaggio quello di Chuck, tra alti e bassi però. Le prime due stagioni sono state abbastanza divertenti, si rideva della goffaggine del protagonista. Durante la terza e la quarta stagione la serie ha arrancato con ampie zone noiose, le cose che meno sopportavo erano le incursioni del duo Jeff e Lester. Dovevano essere i momenti da ridere, a me provocavano soltanto irritazione. L’ultima stagione credo che si sia chiusa abbastanza degnamente sebbene il cattivo di turno non fosse così irresistibile.
La chiusura non è stata un fulmine a ciel sereno, si sapeva fin dalla conclusione della scorsa stagione, come si sapeva che sarebbero stati solo 13 episodio, una metà stagione e a mio avviso hanno fatto bene a non allungare troppo il brodo.
Alla fine bene così. Come serie si è difesa sufficientemente bene, ha fatto la sua figura. Ha fatto da trampolino a Zachary Levi, che mi sta molto simpatico e che apprezzo anche per i suoi progetti paralleli.
Una degna conclusione.

giovedì 19 gennaio 2012

Pezzi mancanti E01.


Le  brutte abitudini sono brutte a morire, diceva quello. Avevo appena finito di scrivere che non volevo lasciare troppo tempo tra un post e l’altro ma complice un po’ di apatia e poca voglia di scrivere frasi di senso compiuto mi sono lasciato andare. Va detto che non è che avessi questa grandi cose da dire.
Proviamo a mettere insieme due o tre pensieri.

Musicalmente parlando sono totalmente coinvolto dall’ascolto di Scala & Kolacny Bothers. È quel gruppo belga che propone cover di canzoni famose cantante da un coro femminile. Musica suggestiva, magari un po’ debole da sentire in macchina ma perfetta per quando scrivi e ti piace sentire qualcosa che ti isoli. Con me funziona. Tra le cose che mi piacciono di più Nothing else matter e Ironic. Notevoli.
Restando in tema una notizia per me fondamentale: il 27 marzo esce il nuovo disco dei Mars Volta, non vedo l’ora.

Per quanto riguarda la pagina scritta sono nel tunnel più fantasy che si possa immaginare, lo testimonia la colonna qui sulla destra. È il mio genere preferito, mi piace vivere avventure che mi portano in altri tempi, in altre terre. Tra le altre cose segnalo L’anello di Salomone di Jonathan Stroud, mi ha un po’ deluso ma per chi ha amato la trilogia di Bartimeus, troverà le stesse atmosfere.

Serie tv. Qui ci sarebbe da scrivere, bisognerebbe dedicare un post solo a Steven Moffat, perché è uno di quegli autori veramente grandi con un immaginazione sbalorditiva, di seguito ci sarebbe da scrivere un post sulla sua creatura, Sherlock che ha visto concludersi la sua seconda stagione domenica, su BBC1.
È una delle cose più incredibili e intelligenti che abbia mai visto. So che in Italia lo trasmette rai4, sia mai che lo trasmettano su rai1, sarebbe chiedere uno sforzo mentale troppo grande ai telespettatori e sappiamo tutti che non sono in grado....
Si parte dal genio di Arthur Conan Doyle, ma ci vuole un attimo a buttarlo al cesso se non si ha la stoffa. Steven Moffat, Mark Gatiss e Stephen Thompson si dimostrano all'altezza del compito. Li metto nella mia personalissima classifica insieme a Aaron Sorkin e David Simon; persone che maneggiano la parola in maniera sublime e non esagero.
Sempre parlando di serie tv due scoperte recenti e abbastanza tardive per me: The mentalist e Hawaii 5.0. Naturalmente non parliamo di capolavori ma di cose divertenti, per entrambe ci sarebbe qualcosa da raccontare, mi riprometto di farlo.

Tag per questo post: come scrivere qualcosa senza dire quasi nulla.

domenica 8 gennaio 2012

L'ora di geografia.




Qualche tempo fa preso un po’ da noia e anche dal voler catalogare tutto mi sono armato di carta e penna e ho controllato uno ad uno la provenienza degli scrittori presenti nella mia libreria. Il risultato è stato poco sorprendente perché da sempre ho avuto una predilezione per il mondo anglosassone. Intanto ecco i numeri:

Stati Uniti: 120
Italia: 103
Gran Bretagna: 43
Francia: 12
Germania: 5
Irlanda: 4
Canada: 2
Russia: 2
Finlandia, Svezia, Norvegia, Polonia, Spagna, Rep. Ceca, Giappone, Zambia e Santo Domingo: 1

La prima cosa da dire è che non sempre le letture italiane mi hanno entusiasmato, un certo modo di scrivere italiano non lo sopporto proprio, soprattutto quando vengono dedicate pagine e pagine ai drammi interiori dei protagonisti dei libri, io semplicemente mi rompo le palle. Naturalmente non è sempre così, anzi. Solo quest’anno ho sperimentato alcuni autori che mi hanno sorpreso piacevolmente e hanno scritto dei bei libri.
Non è una questione solo di puzza sotto il naso, ho sempre avuto un attrazione verso il mondo anglosassone. Mi piace sotto tanti punti di vista e mi piace da leggere.
Ai numeri sopra aggiungo una riflessione: Zambia e Santo Domingo potrebbero sembrare abbastanza esotici, solo che anche qui ci muoviamo nella stessa area: Junot Diaz è dominicano, naturalizzato americano, l’ho conosciuto perché ha vinto nel 2008 il Pulitzer per la narrativa. Lo Zambia è rappresentato da Wilbur Smith, in altri casi ho lasciato la naturalizzazione americana come per Asimov, che non è nato negli Stati Uniti, ma non si può non considerarlo cittadino del paese a stelle e strisce.
Qualcuno meno avvertito potrebbe dire che sono un semplice un prodotto della cultura di massa americana e che tutto quello che viene sfornato oltre oceano me lo bevo, è un obbiezione superficiale ma pertinente. È anche di facile contestazione.
Frequentando aNobii mi sono reso conto che tanti altri lettori preferiscono le cose che vengono da Germania, Francia o Russia, addirittura il Giappone,  per fare esempi abbastanza comuni. Sono posti che hanno prodotto letteratura di  fondamentale importanza ma che per quello che è il mio sentire, quelli che sono i miei gusti sento distanti.
Alla fine la scelta del prossimo libro da leggere la faccio sempre di pancia, quello che mi sento, quello che mi attira, non sto lì a pensarci troppo; fosse una cosa solo celebrale, la lettura perderebbe di gusto e smetterei di divertirmi. È un piacere, per fortuna ha smesso di essere un dovere tanto tempo fa.

martedì 3 gennaio 2012

Jeff Lindsay: vendicatore, devoto, oscuro.


Nel compilare la lista dei libri che mi hanno colpito l'anno passato mi sono reso conto che per alcuni avevo scritto un post. Questo è apparso sul blog dei Corpi Freddi un po' di mesi fa. Lo ripropongo perché in qualche modo continua il percorso dei post precedenti. A marzo dovrebbe uscire il nuovo per gli Oscar Mondadori. (erano già usciti per i gialli, io me li sono persi)



Da lettore di gialli, thriller et similia non sai mai quando inizi un libro di genere quanto l’autore spingerà o meno sul pedale del male o del macabro.
Non so da cosa dipenda, ma mi rendo conto, che spesso quella che per molti è una soglia da non oltrepassare per me è appena un assaggio di quello che cerco in un romanzo. Non scrivo questo per scioccare il lettore di questi miei pensieri sparsi, ma perché voglio provare a spiegare la mia sorpresa e il mio godimento nel leggere i tre libri di Jeff Lindsay.
Conoscevo già Dexter Morgan grazie alla serie tv. Per cinque serie ho attraversato con Dexter le strade di Miami: di giorno per analizzare le tracce di sangue, il suo lavoro è quello di ematologo forense, di notte per andare a caccia delle sue prede. Ho osservato i suoi tentativi di sembrare umano, di non far prevalere il vuoto del suo animo, di non far emergere alla luce del sole il “suo passeggero oscuro”.
Immaginate le mie aspettative nel leggere i libri dai quali la serie è tratta.
Il primo libro è sicuramente il più debole dei tre. Pone le basi, ci spiega perché Dexter è quello che è, come lo è diventato, qual è il suo codice di condotta. Purtroppo però si perde nel finale, Lindsay lo tira via, secondo me lo spreca. Poteva sviluppare meglio alcuni particolari, ne sarebbe uscito un libro superlativo.
Il secondo volume della saga è meglio a partire dal serial killer rivale che lascia dietro di se una bella scia di sangue con descrizioni abbastanza dettagliate che mi sono piaciute molto. Non si ferma sulla soglia del gesto come faceva nel precedente, ci lascia sbirciare un po’.
Il terzo romanzo spalanca porte che non avrei mai immaginato si potessero aprire: spesso chi deve giudicare il tuo romanzo per la pubblicazione ti suggerisce di non spingere troppo su alcune tematiche per non rischiare di spaventare il lettore, soprattutto se le parti in questioni riguardano minori. So già cosa state pensando, ma vi tranquillizzo, nessun bambino viene maltrattato però alcuni aspetti psicologici lasciano intravedere il possibile abisso.
Quando Jeff Lindsay ha deciso di introdurre certe variabili nella trama, i miei desideri di lettore sono stati soddisfati.
Jeff Lindsay fa sicuramente centro, non corre rischi nell’esagerazione, non fa dei suoi libri un pessimo film horror di serie B. La lingua semplice e scorrevole permette una lettura abbastanza veloce, intrattiene e diverte. Spesso è difficile incontrare queste caratteristiche in un libro.
Non vedo l’ora di poter leggere il quarto capitolo, non vedo l’ora di rincontrare Dexter… forse.