lunedì 28 novembre 2011

A proposito di Jazz: Take Five.


Questo è del primo ottobre 2005. Ho provato a scrivere di jazz... 

Credo che chi come me sia malato di musica senta ad un certo punto il desiderio di qualcosa di diverso al di là di quello che si ascolta normalmente. Vuoi di più, non ti basta mai, ti senti spinto ad approfondire perché fondamentalmente la ricerca, se hai la passione, non si ferma mai.
Ecco perché Dave Brubeck.
Confesso subito che di Jazz non è capisco un accidenti. È un genere verso il quale mi sto affacciando timidamente e che mi da, l’impressione di avere confini (se ne ha) al di là della mia immaginazione.
Cosa so di jazz?
So che il disco considerato unanimemente la summa del jazz è Kind of Blue di Miles Davis e so che non ho ancora avuto il coraggio di comprarlo.
Il primo approccio vero e proprio con questo genere non ho idea di quando ci sia stato, so però, che mi sto muovendo su una sorta di linea di confine, di margine del genere.  Da prima prendendo una raccolta Louis Armstrong, poi facendomi affascinare dalle bellissime voci di Eva Cassidy e Nina Simone. Un approccio timido in sostanza.
La prima volta che ascoltai Take five fu a Radio Rock in occasione, qualche anno, fa del tour in Italia di Dave Brubeck e mi piacque fin da subito, forse per quella sua melodia accattivante. Il secondo gradino d’avvicinamento a Brubeck sono stati i concerti dei Quintorigo, il gruppo apriva i propri live con Blue rondò a la turk a cui poi seguiva Purple haze di Hendrix senza soluzione di continuità.
Il passo successivo è stato naturale: ecco perché qualche giorno fa scartabellando i cd del mio negozio di musica preferito ho scovato un live di Dave Brubeck ad un ottimo prezzo.
Registrato al Montreux Jazz Festival, uno dei più importanti al mondo, nel luglio del 1982 è un live di ora circa che inizia con Tritonis, dal sapore spaziale e che a tratti suggerisce il tema di Star Trek prima versione. Il secondo momento, Koto Song è fin dal titolo ispirata al Giappone e alle sue atmosfere.
Out of the way of the people suona la carica da quel leggero stato di trasporto in cui ti trovi e rimani colpito dal batterista Randy Jones che sembra avere mille braccia.
La quarta traccia mi fa pensare già nel titolo, Big Bad Basie, ad un chiaro omaggio a Count Basie e al periodo in cui da padrone la facevano le big band all’inizio del secolo scorso e al periodo di formazione di tutti quei musicisti che hanno reso grande il jazz.
Black and blue il sesto pezzo, con atmosfere fumose da club clandestino, fa da apri pista a quello che è il mio momento preferito e che da il titolo al disco: Take Five.
Va giù liscio ti prende subito il tema portante per poi essere modificato, forse per la millesima volta, e prendere strade diverse ma che alla fine dei sui sette minuti e mezza ti riporta al tema trainante.
Bejamin, probabile omaggio familiare, fa da penultimo momento per poi arrivare a Blue rondò a la turk. Ancora come sempre il piano di Dave Brubeck che ti porta su un altro tema accattivante per poi traghettarti su scenari altri.
Ad accompagnarlo, come già detto, Randy Jones alla batteria, Chris Brubeck al basso e Bill Smith al clarinetto. Tra i pezzi del disco le timide irruzioni di Dave quasi per dare solo un accenno e niente più.
Cinquantasei minuti da mozzar il fiato.

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